Pagliaro

L' Osteopatia in campo Viscerale !

Osteopatia viscerale significa far interloquire i sistemi, i tessuti, l’organismo con se stesso.


Significa rimettere in funzione lo scambio umorale ed endocrino tra gli organi, far interagire i complessi neurosensoriali periferici con il sistema corticale e sottocorticale.

L’osteopatia è ridare possibilità di scambio informazionale.

L’ osteopata dona possibilità dinamiche al sistema arterioso e venoso, alla loggia fasciale di supporto ai peduncoli nervosi che svolgono una relazione tra i vari sistemi.

Agisce contemporaneamente sulla sfera osteoarticolare, craniosacrale, viscerale, psicologica ed energetica dell’individuo.

L’osteopata colloquia con i tessuti e li fa interagire tra loro affinché trovino le risposte corrette all’informazione d’origine.

Mi piace pensare che l’osteopata non guarisce, non fa poi tanto, ma aiuta l’organismo a ritrovare le risposte corrette ad un’informazione fisica (e non…) che non riesce ad interpretare o che recepisce ed interpreta in maniera errata.

Il sintomo, il dolore, la malattia, sono la ricerca d’aiuto da parte di un organismo che ha perso qualunque possibilità di compenso, un organismo che non riesce più a far fronte alla disfunzione, che non riesce o non vuole gestirla .

“L’osteopatia è la legge dello spirito, della materia e del movimento”

A.T. Still

Con l’ osteopatia abbiamo la grande chance di poter interloquire con i tessuti che soffrono, ancor prima che la malattia e la sintomatologia si presentino.


Con l’approccio osteopatico si agisce sulle disfunzioni tessutali, quindi possiamo ben definire l’osteopatia come approccio preventivo alla malattia, cosa che ancora oggi è poco sentita, relegando la filosofia osteopatica ad un mero metodo o tecnica applicata ad una disfunzione strutturale, viscerale o cranio-sacrale che sia.

La disfunzione osteopatica viscerale è una perturbazione dell’omeostasi a livello di uno o più organi, legata ad uno stress traumatico, posturale, alimentare o psicologico.


La disfunzione crea adattamenti, modificazioni neurovegetative, emodinamiche (arteriovenose e linfatiche), non solo dell’organo disfunzionale ma di tutto l’organismo.

Le normalizzazioni osteopatiche avranno quindi lo scopo di liberare ogni tensione che sovverte la dinamica del viscere, restaurando la plasticità e l’ elasticità  tessutale allo scopo di ristabilire e mantenere l’ omeostasi temporaneamente perduta.

In funzione dei test e delle disfunzioni trovate tratteremo l’organo nella sua globalità o le singole componenti connettivali di supporto e sostegno.

Le tecniche presentate si possono definire fasciali, nel senso che il supporto alla tecnica stessa è il tessuto connettivo di sospensione e stabilizzazione dell’organo stesso, ovvero la sua loggia fasciale.

Non si seguono piani articolari e anatomici ben definiti da strutture ossee, ma si lavora sui tessuti connettivali peritoneali, intra ed extraparenchimali.

Si lavora inoltre sulle fibre muscolari dell’organo dove presenti (vedi duodeno o le anse del tenue), o dello sfintere (piloro o sfintere di Oddi), o sul controllo neurovegetativo che sottende il tono degli sfinteri o dello piano muscolare stesso (vertebrale/ortosimpatico, cranico e sacrale/parasimpatico).

Nella sfera viscerale le tecniche di normalizzazione di una disfunzione sono diverse e molteplici. Sono scelte in funzione della struttura verso cui ci s’indirizza (legamento, organo pieno o vuoto, sfintere ecc.), in funzione del ritmo o della profondità in cui si vuole agire.


                "La verità si trova dentro di noi; indipendentemente da quello che si può credere, essa non proviene dal mondo esteriore. Vi è un profondo centro in ognuno di noi,
dove la verità dimora nella sua pienezza;
intorno, parete su parete, strato dopo strato, la carne ricopre questa perfetta, chiara percezione – che è la verità.
Un’elusiva e fuorviante veste di carne la ricopre e la perverte:
sapere consiste nell’aprire un passaggio da cui lo splendore imprigionato possa fuggire, non nel far entrare una luce che erroneamente si ritiene trovarsi all’esterno"

Robert Browning, Paracelso (1835)

 

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